Comunicazione Efficace

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Dicevamo, la scorsa volta, che, per ascoltare chi abbiamo di fronte, occorre fare attenzione soprattutto alle parole calde che la persona pronuncia, perché riportano la difficoltà, il disagio che la persona vive in quel momento.

Riproporre una o più domande sui concetti e i contenuti delle parole calde ci permette di esplorare il mondo emotivo della persona, il suo vissuto, al fine di creare empatia. Cos’è l’empatia?

Il temine empatia significa la capacità di porsi nello stato d’animo dell’altra persona; in altre parole: sentire come l’altro.

L’empatia, quindi, è la capacità di creare quel clima relazionale che facilita la persona a manifestare la difficoltà, il disagio che vive perché ci si pone sia con il corpo, sia con l’espressione del volto, sia con il tono di voce e non ultimo con parole appropriate, a voler comprendere, partecipare del vissuto dell’altra persona. In che modo può essere fatto?

Attraverso il corpo, inclinandolo leggermente verso l’altra persona e assentendo con leggeri movimenti del capo al racconto che la persona fa del suo disagio, come a dire: “ti sto seguendo”.

Attraverso il volto, assumendo espressioni corrispondenti alle emozioni manifestate dalla persona, ad esempio davanti a un racconto in cui la persona manifesta tristezza, far riverberare un atteggiamento partecipe di tristezza anche sul nostro volto; oppure di disgusto se la persona racconta un episodio in cui lo ha vissuto; oppure di rabbia ecc….

Attraverso il tono di voce colorando, appunto, la nostra voce della emozione corrispondente.

Infine, attraverso le parole appropriate tipo: “sì, capisco che la situazione che stai vivendo ti fa sentire arrabbiato. Cosa precisamente ti fa sentire così?”.

Questa domanda, che viene posta alla persona, è composta di due parti che sono fondamentali.

La prima è un ricalco del sentire della persona, ossia: sì, capisco che la situazione che stai vivendo ti fa sentire arrabbiato…

La seconda parte è detta guida, ossia si indirizza con delicatezza la persona a rendere esplicito il motivo del sentimento di rabbia; è forse un comportamento o una parola o una situazione…, allora diremo: “cosa precisamente ti fa sentire così?”.

Nel prossimo articolo approfondiremo questi punti.

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Per ascoltare chi abbiamo di fronte, occorre fare attenzione soprattutto alle parole chiave e alle parole calde che la persona pronuncia. Per quale motivo?

Nel parlato della persona, spesso, ricorrono parole o concetti che costellano quanto va dicendo: queste sono le parole chiave che, appunto, come chiavi aprono, facilitano chi ascolta a comprendere la difficoltà o il disagio che la persona sta vivendo in quel momento della sua vita. Infatti, non si parlerebbe tanto spesso di una cosa se questa non fosse “a cuore”.

Questo stare “a cuore” indica anche che le parole chiave sono spesso avvolte da emozioni, portano del calore in sé. Ciò che accade nella vita della persona, e viene vissuta con difficoltà se non proprio con disagio, comporta infatti uno stato d’animo che può essere rivestito da una emozione di disgusto, ad esempio, oppure di rabbia o di paura…

Il racconto della persona assume, in riferimento a queste parole calde, toni emotivi più o meno evidenti e chiari per un orecchio attento. Si può avere, ad esempio, una difficoltà relazionale con qualcuno, in particolare, e nominarlo con disgusto, rabbia, paura, tristezza…

Sarà abilità di chi ascolta riprendere quella parola calda per riproporla alla persona e chiedere cosa di preciso la fa arrabbiare o impaurire o rattristare…

Inoltre, rivolgere in modo opportuno delle domande sui concetti e i contenuti delle parole calde permette di esplorare il mondo emotivo della persona, il suo vissuto, al fine di creare empatia… ma di questo parleremo nel prossimo articolo.

Quando siamo di fronte ad una persona e comunichiamo, occorre lasciare da parte cosa noi pensiamo di quella persona, sospendere il giudizio, astenerci da una valutazione, per fare in modo che la persona racconti di sé, dica chi è, si descriva così com’è; come dicemmo la scorsa volta, è opportuno gettare la mappa per leggere il territorio.

È, dunque, fondamentale porsi in ascolto per dare possibilità alla persona di raccontarsi, di dirsi; è molto importante ascoltare!

Ascoltare, significa ricordare tutto ciò che la persona dice di sé, tenere a mente il racconto che va spiegando davanti a noi. Questo non è semplice poiché ci arriva una serie numerosa di nomi, luoghi, situazioni che risulta difficile, ma necessario, trattenere in mente.

Come fare allora?

Si può, ponendo attenzione particolare a quelle che vengono chiamate tecnicamente “key words” e “hot words”.

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Le prime, ovvero le parole chiave, sono parole o concetti che la persona presenta con frequenza nel suo eloquio. Le seconde o parole calde sono parole o concetti che la persona non solo può presentare con frequenza, ma che sono ‘rivestite’ di emozione: sono parole pronunciate con rabbia, oppure con tristezza, piuttosto che con paura o disgusto o anche con gioia. Queste parole, chiave e calde, sono molto importanti da ricordare e, nel prossimo articolo, vedremo il perché.

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È esperienza comune vivere relazioni in cui si entra facilmente in sintonia con l’altro, si crea da subito una certa armonia ed è semplice e piacevole rapportarsi in tali condizioni. E quando accade il contrario, quando non ci sentiamo in piena armonia con l’altra persona, avvertiamo di non essere ascoltati e, altre volte ancora, è l’altra persona a dirci di non sentirsi capita, allora, cosa fare? È possibile trovare rimedio?

Nel precedente articolo parlavamo di un presupposto importante della comunicazione, ‘la mappa non è il territorio’ (differenza tra ciò che io penso della persona e ciò che è realmente quella persona), ora ci volgiamo a considerare come riuscire in qualche modo a guardare il territorio, cioè a porre la nostra attenzione a chi ho di fronte, non a chi penso di avere di fronte.

Come fare questo?

Occorre, come dire, gettare la mappa, l’immagine che ci siamo fatti dell’altra persona e permettere alla persona di raccontarsi, di manifestarsi, di disegnare lei stessa chi è e come desidera essere vista.

Come avviene questo?

In pratica, tutto questo avviene prestando un ascolto attento a ciò che la persona dice di sé ed eventualmente ponendo domande di chiarimento, esplorative, per avere sempre meglio delineata la figura che la persona va tratteggiando di sé davanti a noi.

Nel prossimo articolo andremo a spiegare nel dettaglio 😀

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“L’uomo è un animale sociale”, così affermava il filosofo Aristotele e, dalla nostra esperienza certamente non possiamo dargli torto, la nostra vita è intessuta di relazioni: famiglia, amici, amori, colleghi, ecc… tutti quanti siamo in una rete fitta di relazioni con tanti e a vario titolo. E, poiché, come affermava il poeta Donne “nessun uomo è un’isola”, diventa importante anzi fondamentale nella nostra vita saper comunicare bene, per vivere al meglio le nostre relazioni e in ultima analisi la nostra vita.

Quindi saper comunicare bene e… in che modo?

Ci sono regole che la cosiddetta scuola di Paolo Alto di Psicoterapia ha messo in luce studiando le interazioni tra persone. Una di queste su cui desideriamo soffermarci in questo momento è:

la mappa non è il territorio”.

Quando prendiamo in mano una mappa, una cartina, ad esempio di Bari, ciò che abbiamo tra le mani è una rappresentazione della città, non è la città. Esisterà, perciò, una importante differenza tra la realtà della città che abbiamo di fronte e la sua rappresentazione disegnata su una cartina.

Ebbene, questo piccolo esempio che può nella sua spiegazione addirittura essere non necessario per la sua banalità, cioè che il disegno della città non è la città, diventa meno banale se la trasportiamo nella interazione tra persone.

Spesso non abbiamo una buona relazione, una buona comunicazione con chi ci è di fronte perché in realtà non parliamo a quella persona ma a ciò che noi pensiamo essere quella persona. Interponiamo tra noi e quella persona come una immagine che per noi la rappresenta.

Ad esempio, quante volte abbiamo pensato di una persona una determinata caratteristica e poi siamo rimasti sorpresi davanti a un comportamento che non ci aspettavamo. Evidentemente ci siamo sbagliati su quella persona, pensavamo essere diversa da come l’avevamo immaginata, appunto.

Nasce allora la questione: come evitare di avere di una persona una immagine sbagliata?

Sarà il tema del prossimo articolo ;D

 

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Le parole di un linguaggio, […], 

sono una tavolozza di colori, 

che possono fare il quadro brutto, 

e lo possono fare bello 

secondo la maestria del pittore.

(Buddha)

 

  1. LA COMUNICAZIONE

La comunicazione è fondamento delle relazioni umane. Infatti:

Non si può non comunicare”  è il 1° presupposto della comunicazione.

Il termine comunicazione deriva dal latino communicare da cui Communicatio =  partecipazione, letteralmente messa in comune, “mettere in comune”, condividere qualcosa con qualcun altro.

Le possibilità per ognuno di noi di “entrare in comunicazione con” sono infinite: in ogni istante noi riceviamo e inviamo informazioni provenienti da ogni luogo, fuori e dentro di noi. La realtà esterna e quella interiore, infatti, inviano in continuazione messaggi ai nostri cinque sensi.

  • ALLORA:

questo è comunicazione? in questo invio e ricezione di messaggi ai nostri 5 sensi c’è già comunicazione? 

Perché avvenga un atto comunicativo, una ‘messa in comune’, oltre a un soggetto che invia un messaggio, è indispensabile qualcuno attento, “sintonizzato”, disposto a trovare interesse e dare senso allo stimolo inviato (altrimenti parleremmo da soli).

Ogni processo di comunicazione necessita fondamentalmente:

di un mittente, di un destinatario, di un messaggio.

Il mittente e il destinatario sono i due protagonisti della comunicazione. Il mittente invia un messaggio al destinatario.

L’efficacia della comunicazione è data dal risultato = FEEDBACK che otteniamo.

Feedback è il messaggio di ritorno del destinatario al mittente, la risposta del destinatario.

Feedback significa ‘tornare indietro’.  In questo caso, su cosa?

Su quanto il nostro destinatario ha risposto. E lo faccio, per esempio:

  • con le domande esplicative:

‘mi sembra stia dicendo che…’, ‘mi sembra di capire che…’, ecc.

Inoltre, il silenzio, l’alzarsi in piedi o l’indifferenza a una nostra richiesta, per esempio, sono un feedback. Da qui, due concetti importanti della comunicazione:

  1. il 1 presupposto: “Non si può non comunicare”
  2. Nella comunicazione non ci sono fallimenti, solo feedback (risultati).

Ossia, sino a quando il nostro messaggio non è efficace,  continuo con i feedback, se non ci sono riuscito non è un fallimentoè un’opportunità che mi ha fornito nuove informazioni del destinatario e su quelle riprendo il feedback. Sino a quando ci sia comunicazione = ‘mettere in comune’.

Quando parliamo a qualcuno, spesso pensiamo che stiamo comunicando, in realtà comunicare è molto più del semplice parlare. Quando comunichiamo abbiamo il desiderio che quanto vogliamo dire sia compreso da chi ci ascolta, ma, per sapere se chi ci ascolta ha veramente compreso occorre aver presenti quattro punti fondamentali:

  1. NON SI PUÒ NON COMUNICARE, o per meglio dire “ogni comportamento è comunicazione”. Per cui, quando parliamo a qualcuno, la persona che ci ascolta bada sì alle nostre parole, ma molto più al nostro tono di voce e all’espressione del nostro volto e alla nostra postura. Infatti, le persone “vedono” più quello che diciamo che quello che ascoltano. Mettiamo il caso che diciamo a una persona che ci è piaciuta la sua festa di compleanno, ma con il corpo e con l’espressione, e soprattutto con il tono di voce, facciamo percepire proprio il contrario. Bene, la persona crederà molto più a quello che vede che a quello che ascolta dalle nostre parole.

  2. IL RISULTATO DELLA COMUNICAZIONE DIPENDE DAL FEEDBACK. Non possiamo sapere se quanto abbiamo voluto comunicare è stato recepito. Per assicurarcene, occorre porre una domanda che, come dire, è la prova di aver comunicato; ad esempio, possiamo dire: che ne pensi a riguardo? La risposta della persona ci darà modo di sapere se è in accordo con quando abbiamo detto prima.

  3. LA MAPPA NON È IL TERRITORIO. Molto spesso, se non proprio sempre, abbiamo la convinzione che chi ci ascolta debba aver capito tutto quello che noi abbiamo detto; in realtà, non è così. Quando parliamo, solo noi abbiamo chiaro nella nostra testa che quanto andiamo dicendo è la realtà delle cose, ma per chi ci ascolta spesso non è così, per il semplice fatto di vedere le cose diversamente da come le vediamo noi. Se, per esempio, due persone disegnassero il luogo dove insieme si trovano, i disegni messi a confronto, alla fine, risulterebbero diversi perché la percezione del luogo, della realtà è appunto diversa. Quindi, “la mappa di Roma non è Roma”, ossia quello che diciamo riguardo a qualcosa, secondo come la intendiamo e la percepiamo noi, non è quello che l’altra persona può affermare o percepire.

  4. LA COMUNICAZIONE DIPENDE AL 100% DAL COMUNICATORE. Da quanto detto prima, risulta che quando comunichiamo occorre che facciamo tutti gli sforzi possibili per essere compresi da chi ci ascolta; pena: risultare incomprensibili.

 

 

 

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