PARLIAMO UN PO’ DI CREDENZE POTENZIANTI?

In ambito di formazione uno degli argomenti principali che vengono presi in considerazione sono le credenze, ossia quei pensieri ricorrenti che spesso affollano la nostra mente, quelle frasi che ripetiamo interiormente e che crediamo essere la verità. Ebbene queste frasi – “credo che…” – possono rivelarsi di due tipi: limitanti e potenzianti.

Le credenze si rivelano limitanti quando all’atto pratico, nella realtà di ogni giorno, frenano il progresso della propria vita, limitandola appunto. Ad esempio, credere di essere una persona sfortunata condizionerà tutte le scelte, così da preferire impegni poco rischiosi, piuttosto ordinari, situazioni di basso profilo, che non espongano al rischio, e d’altra parte si rivelano anche senza possibilità di avanzamento professionale in campo lavorativo, di coinvolgimento emotivo in campo affettivo. Se, infatti, lo “sfortunato” osasse troppo, rischierebbe che le cose andassero male come sempre sono andate, almeno così lui crede.

Le credenze che si rivelano potenzianti, al contrario sono frasi che crediamo essere vere e che ci ripetiamo, vere indipendentemente se lo sono oggettivamente o no, tuttavia potenziano la nostra azione in campo professionale e affettivo, facendo scegliere sempre situazioni di crescita, di avanzamento, di sfida con se stessi; ad esempio credere fermamente di essere una persona valida, capace. A questo proposito ecco un altro racconto zen:

Un grande guerriero giapponese che si chiamava Nobunaga decise di attaccare il nemico sebbene il suo esercito fosse numericamente soltanto un decimo di quello avversario. Lui sapeva che avrebbe vinto, ma i suoi soldati erano dubbiosi.

Durante la marcia si fermò a un tempio shintoista e disse ai suoi uomini: «Dopo aver visitato il tempio butterò una moneta. Se viene testa vinceremo, se viene croce perderemo. Siamo nelle mani del destino».

Nobunaga entrò nel tempio e pregò in silenzio. Uscì e gettò una moneta. Venne testa e suoi soldati erano così impazienti di battersi che vinsero la battaglia senza difficoltà.

«Nessuno può cambiare il destino» disse a Nobunaga il suo aiutante dopo la battaglia.

«No davvero» disse Nobunaga, mostrandogli una moneta che aveva testa su tutt’e due le facce.

La vicenda mette in evidenza le credenze. Nobunaga crede che avrebbe vinto contro un esercito dieci volte più numeroso del suo, i soldati invece erano dubbiosi, non lo credevano. La proposta di andare al Tempio è la strategia che utilizza per persuadere i soldati di aver chiesto il parere degli dèi. Perché dico strategia? Per ciò che accade dopo.

Dopo la preghiera, esce dal tempio e getta la moneta, getta la sorte, ed esce “testa”.

I soldati confortati dall’approvazione degli dèi, prima titubanti ora diventano impazienti di combattere e vincono con facilità. L’aiutante (di battaglia) di Nobunaga, alla fine sentenzia e crede che il destino nessuno lo può cambiare, perché così avevano deciso gli dèi e mostrato come responso attraverso la moneta.

Destino che Nobunaga aveva in qualche modo “aiutato” a compiersi, anzi destino che, in realtà, aveva posto lo stesso Nobunaga non gli dèi, poiché la moneta che egli usa, che doveva esprimere la sorte scelta degli dèi, aveva due “facce”, esprimendo la volontà di Nobunaga di voler attaccare il nemico e vincerlo.

La domanda che potremmo rivolgerci è quanto ciascuno di noi è convinto di essere il protagonista della propria vita. Forse non tutto dipende da noi nella situazione che viviamo, ma per la parte che dipende da noi (perché c’è sempre qualcosa che dipende dalla nostra volontà), quanto crediamo di poter mutare il corso degli eventi, essere padroni del nostro destino?

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Nera come un pozzo che va da un polo all’altro,
Ringrazio gli dei qualunque essi siano
Per la mia indomabile anima.


Nella stretta morsa delle avversità
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.


Oltre questo luogo di collera e lacrime
Incombe solo l’orrore delle ombre.
Eppure la minaccia degli anni
Mi trova, e mi troverà, senza paura.


Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

Queste le parole di William Ernest Henley in cui Nelson Mandela credette per i 27 anni trascorsi in carcere durante il regime di apartheid in Sud Africa.

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